Il Forum del 14° Corso dell'Accademia Militare di Modena

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UFFICIALI E SIGNORI (2. Parte)

Come militare avrei potuto dare poco all’Italia, anche perché avevo rifiutato sin dall’inizio di vivere una vita da “deserto dei Tartari”, aspettando ciò che non sarebbe mai avvenuto: una stupida guerra.
Schillaci, con fine cortesia, parla di fallimento come militare. Davvero? No, ragazzi! Il fallito è colui che riconosce di avere sbagliato, ha visto lentamente cadere il suo mondo, ha cominciato a porsi domande, ha invidiato i colleghi e, pur tuttavia, è rimasto lì a leccarsi le ferite, a masticare amaro e ad aspettare la pensione. Io, invece, mi sono reinventato la vita, ho avuto successo, ho conseguito ambiti riconoscimenti e un invidiabile benessere, godo di amicizie di elevato livello, di gente che ha usato e usa il cervello perché l’Italia progredisca e diventi più gloriosa. Chi è allora il fallito?
Ho conservato la bella amicizia di molti colleghi, che mi contraccambiano con leale sincerità, a volte ricordando insieme tante piccole cose, con i quali dibatto le stesse mie idee e con i quali mi confronto in un clima di serena e scambievole cortesia. Militari che continuano ad onorare l’Italia, come io ho sempre cercato di onorarla camminando sull’altra riva.
Non ho nutrito e non nutro rancore per nessuno, nemmeno per colui che ha imbastito e cucito un vestito nuovo per un evento di ventisette anni fa, del quale ha conservato soltanto la memoria del luogo. Confermo tutto parola per parola.
Una cattiveria è ricordata più e meglio da chi l’ha subita, non da chi l’ha commessa. Ne fa fede la mia memoria intatta e la pagina del mio diario di quel penultimo giorno di quell’anno. Gli faccio grazia della dimenticanza. Al suo sodale, che gli ha dato manforte, investendomi di preziosità linguistiche e che ancora ieri ha continuato ad attizzare le braci, chiedo di tacere.
Non ho mai raccontato favole (uso questo termine, in luogo del raffinato sintagma utilizzato dal medesimo); ho solo combattuto i comportamenti, le ingiustizie, le prevaricazioni, mai le persone. Ma non tollero il linguaggio da osteria da angiporto: è un linguaggio che non si addice a chi ha frequentato un’Accademia Militare, un tempo fucina di signorilità e di buona educazione, soprattutto se rivolto a chi ha espresso, a ragion veduta e facendo scalpore, alcune sue riflessioni, unicamente per gli scopi che riguardavano il
risveglio del Forum dal suo stato comatoso. Il dialogo è civiltà, l’insulto è da taverna.
E’ cambiato forse qualcosa, nel frattempo?
Concludo. Chi dovesse temerariamente continuare ad insultarmi o a fare commenti non richiesti, si eserciterà solo in uno sterile e rischioso vaniloquio. ESORTO TUTTI AD ASTENERSENE.
Avverto, quindi, che non risponderò più a nessuno, se non con altri mezzi. Ho letto da qualche parte che “il silenzio è la forma più raffinata di disprezzo”, quel disprezzo che da giorni ho per le ripetute offese e per alcune mentalità distorte. Sono offeso, profondamente offeso, ma non chiedo, né mi aspetto, né accetto scuse. Queste si scambiano solo fra Signori. E, visto che il silenzio è d’oro, esso rimane e rimarrà per me l’unica maniera lecita per diventare veramente ricco.
A mai più.

Giorgio de Benedictis